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    January 14

    Robert Brasillach


    IL TESTAMENTO DI UN CONDANNATO


    A trentacinque anni
    prigioniero come Villon,
    incatenato come Cervantes,
    condannato come Andrea Chenier,
    prima dell'ora dei condannati,
    come altri in altri tempi,
    su questi fogli scarabocchiati
    inizio il mio testamento.
    Per sentenza, dei miei beni terreni
    mi si vuol togliere il possesso.
    E' facile, non ho terre ne tesori
    e i miei libri, le mie visioni
    possono essere dispersi al vento:
    amore e coraggio
    non sono soggetti a processo.
    Per prima cosa lascio l'anima mia
    a Dio suo creatore,
    nè santa nè pura, lo so,
    soltanto l'anima di un peccatore.
    Possano i Santi francesi
    quelli della fiducia, dire
    egli non arrivò mai.
    A peccare contro la speranza.
    Cosa donare alla mia patria
    se ella stessa mi ha scacciato?
    Ho creduto d'averla servita
    e l'amo sempre, anche oggi.
    Essa mi ha dato il mio paese,
    e la lingua che è stata mia.
    Io non posso che lasciarle qui
    il mio corpo, in terra sconsacrata.
    E poi lascio il mio amore,
    la mia infanzia, il mio cuore,
    il ricordo dei primi giorni,
    il cristallo della più pura felicità.
    Ah! Lascio tutto ciò che amo
    il primo bacio, la freschezza,
    lascio veramente tutto me stesso,
    il meglio, se pure ve ne è.
    A te o prima immagine,
    al sorriso sulla mia culla
    alla tenerezza e al coraggio,
    alla magia dei giorni tanto belli,
    sole anche fra i singhiozzi,
    fierezza nei tempi peggiori,
    a te che non importa
    l'età del tuo bambino.
    E per te, sorella, amica mia,
    (ho passato tanto poco tempo
    lontano da te, e per tutta la vita
    i nostri cuori hanno palpitato insieme)
    quello che lascio
    sono i fienili della vecchia primavera,
    i giochi della giovinezza,
    le passeggiate da studenti.
    In mezzo alla neve gelata
    la gaiezza è soltanto tua,
    tuo il sorridere
    al di là le sbarre lontane
    tu così fiera, indomita,
    sorridente nella sfortuna,
    amica di sempre,
    sorella di gioia e di dolore.
    A te, ancora, che ho visto nascere
    quando avevo dodici anni,
    o sorellina, ti sei affacciata
    alla vita in giorni foschi.
    A te tutto ciò che abbiamo trovato,
    il disprezzo dei cuori vili,
    il silenzio che ci riunisce,
    e l'onore che non si infrange.
    O bambini miei,
    voi che non mi dimenticherete
    (e forse altri verranno dopo di me)
    voi m'avete dato quaggiù
    i vostri giuochi e i vostri abbracci,
    il vostro sonno da custodire:
    ecco vi parlo sottovoce
    e vi rendo tutte queste meraviglie.
    Ed eccomi a te, Maurice,
    fratello della mia giovinezza,
    cosa potrei donarti a te che lascio
    che non sia anche tuo?
    Parigi che ci fu cara
    Firenze che appare,
    e, con le strade brulle e rosse,
    sempre la nostra Spagna.
    Ma ecco soprattutto, fratello mio,
    il coraggio della giovinezza:
    nessun caso o disperazione,
    guarda tutto con fiducia.
    Dallo stesso destino ben mascherato
    noi desideravamo solo un disegno chiaro,
    così è stato. E niente ci ha negato
    fra i doni che poteva recarci.
    Bene o male, accettiamo il premio!
    Glielo rendo, tutto alla rinfusa.
    Ma lascio a te il meglio,
    i diciassette anni, la nuova alba,
    i colori del mattino avanzato,
    i nostri anni uguali e belli,
    i bimbi della nostra casa,
    e la nostra giovinezza immortale.
    E poi ecco i miei amici,
    a ognuno il suo ricordo,
    a voi di ieri, a voi di oggi,
    voi mi siete intorno senza scappare,
    voi accendete al mio passaggio
    il più bel fuoco dell'avvenire.
    Tendo le mani verso i vostri volti
    che mi aiutano ad essere forte.
    Caro Josè, ecco la città,
    la corte di Luigi il Grande
    Georges, per lo stato futuro,
    ecco le strade nelle campagne.
    Henry, ecco i Lungosenna,
    e i libri da sfogliare,
    e il paese delle Sirene
    che avremmo dovuto visitare.
    Ecco Natale a Vendome,
    Notre-Dame dei pellegrini.
    Il passato è stato tanto bello
    non bisogna accusare il destino.
    Fino al termine del nostro viaggio terreno,
    abbiamo sempre visto il meglio,
    la consapevolezza di noi stessi,
    la giovinezza del nostro cuore.
    E per te, amica mia,
    tanto tempo dopo la nostra adolescenza,
    non ho che strani ricordi da lasciarti:
    poche gioie, certamente, e molte pene,
    l'asilo dove cercai di proteggere la mia vita
    nel mezzo dei giorni peggiori,
    e ciò che mai si dimentica.
    A voi, fratelli di guerra,
    camerati dei fili spinati
    fedeli in ogni disavventura,
    non cessate di parlarmi.
    Ecco le nostre nevi sul campo,
    ecco le nostre speranze di esuli,
    le nostre lunghe attese,
    la nostra limpida fede.
    E voi, giovani del mio paese
    ecco le parole che abbiamo pronunciato,
    i nostri fuochi nel campo della notte,
    e le nostre tende nei boschi,
    voi lo sapete meglio di chiunque,
    ho voluto preservare la patria
    dal sangue versato, a voi dono,
    amici miei, questo sangue custodito.
    Caro Well, pilastro incrollabile,
    il popolo minuto del mercato,
    la via brulicante,
    le carrette degli ortolani,
    sono cose tue, testardo amico,
    che nell'ombra sembri indovinare,
    ciò che la fede duratura,
    malgrado l'apparenza, spera.
    E voi, ultimi arrivati,
    amici dei giorni peggiori,
    prigionieri rinchiusi dalle sbarre,
    custodite le mie ultime ore di condannato
    custodite il freddo e il fastidio:
    per chi non avrà neanche questi
    essi sono dei tesori.
    Ed io l'ho conosciuti con voi.
    Qualche ombra, qualche immagine
    ha ancora diritti a qualche briciola:
    affrettiamoci quindi nella spartizione
    prima che si compi il destino.
    Tutti coloro, uomini e donne,
    che sono entrati nel mio cammino
    possono nella notte lucente
    aspettare il mattino con me.
    Per tutti loro avevo mani traboccanti:
    esse sono ora vuote
    dei ricordi più lontani
    e del passato più commuovente.
    Non conservo da portare
    al di là della vita terrena,
    lontano dai piaceri umani,
    che quelle che furono le mie amicizie,
    solo ciò che non mi si può strappare,
    l'amore e il gusto della terra,
    il nome di quelli che vengono
    nel mio cuore nelle notti tristi;
    gli anni della mia felicità,
    la fiducia dei miei fratelli,
    e sempre il pensiero dell'onore
    e l'immagine di mia madre.

    22 Gennaio 1945

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